Riflettendo

A Huari sono le 22,10 del 30 agosto. Oggi si festeggia Santa Rosa di Lima, patrona della capitale, una delle poche cose provenienti dalla costa che sulle Ande non vengano viste con sospetto.
Come avrete notato, negli ultimi giorni ho aggiunto alcune foto all'album di flickr. Le ultime due sono di questo pomeriggio.
Anche la seconda tappa dello stage è agli sgoccioli, restano tre giorni di lavoro. E siccome domani sarà una giornata relativamente riposante (si resta a Huari), ne approfitto per rubare un po' di tempo alla notte e fare il punto della situazione.

Il progetto

Il mio lavoro qui, come ormai ripetuto più volte, è stato articolato sin dall'inizio in due parti. La prima all'interno del Progetto "Antonio Raimondi", la seconda ll'interno del Progetto ARTS.
Il progetto Raimondi è una missione archeologica e antropologica (sempre più archeologica e sempre meno antropologica) che va avanti dal 1996 nel dipartimento Ancash. In particolare, soprattutto negli ultimi anni, si è concentrato sulla zona di Huari, che è capoluogo del distretto omonimo. Quest'anno, il lavoro consisteva nello scavo di alcuni ambienti del sito di Ñawpamarca e nella correzione dei rilievi del sito stesso effettuati l'anno scorso. Il mio compito, come già spiegato in precedenti post, riguardava proprio la verifica dei rilievi.
ARTS (Arte Tradizionale per lo Sviluppo) è invece un progetto triennale (2008-2010) finanziato dal Ministero degli Esteri italiano (come il progetto Raimondi, ma attraverso un diverso dipartimento) e gestito in comune con le autorità locali. Il progetto coinvolge le due comunità di Acopalca e di Yacya (pronuncia Yàkia), nei dintorni di Huari. Si tratta di recuperare tecniche tradizionali di produzione artigianale prossime alla scomparsa o già abbandonate da tempo e convertirle in funzione turistica sotto forma di artigianato artistico. Un po' quello che in Sardegna avviene da anni, ma in questo caso l'impulso viene dall'esterno. Le produzioni coinvolte nel progetto sono le pentole in ceramica e la tessitura di ponchos e coperte. Il lavoro lo svolgono le donne delle due comunità, coordinate da una loro rappresentante e seguite da membri del progetto che si alternano in questa funzione. Alcuni sono archeologi e antropologi del Progetto Raimondi, altri sono studenti italiani o peruviani che svolgono in quest'ambito la propria tesi di laurea o di specializzazione. Quest'ultimo è ad esempio il caso della Concittadina (che lavora sulla ceramica, individuando le analogie con quella che proviene dai siti archeologici della zona) e della Peruviana dai colori chiari (che si occupa dei tessuti, anche se la sua tesi di specializzazione antropologica riguarderebbe in realtà tutt'altro). Lo sforzo di ARTS è quello di migliorare la produzione dal punto di vista soprattutto estetico, in maniera tale che il risultato finale sia appettibile per il mercato limeño e per quello europeo. A tal fine si fa ricorso, il più possibile, a maestri artigiani peruviani, preferibilmente della zona, onde evitare un eccessivo allontanamento dalle tecniche tradizionali. L'obiettivo teorico è che, al termine dei tre anni, queste donne siano in grado di costituire e guidare proprie cooperative da usare come strumento per la gestione autonoma di questa (per loro) nuova forma di aconomia.
Quello che sta avvenendo finora è che le donne vorrebbero pagate le proprie ore di lavoro e non capiscono o non accettano la logica del pagamento del prodotto venduto. Inoltre, non avendo evidentemente la più pallida idea di come funzioni il mercato del superfluo, ritengono una pentola fatta bene quando ci puoi cuocere molto riso, non quando soddisfa il gusto estetico del turista gringo. Circa il turista suddetto, l'unica vaga nozione che hanno appreso è che gli piacciono i ninnoli e i souvenirs, quindi, di tanto in tanto, realizzano pentole o tessuti con "abbellimenti" tipo la classica scritta "Huari-Perú", o simili... con l'ovvio risultato di vanificare il lavoro, trasformando un prodotto autenticamente tradizionale in un pezzo da negozietto di terza categoria.
Ma l'ostacolo della comunicazione tra le due culture emerge con chiarezza ancora maggiore in episodi di altro genere.
Se, ad esempio, c'è da andare a prelevare dell'argilla da un giacimento e portarla al maestro vasaio di Huaraz perché sappia che tipo di materiali usano le donne delle comunità, in modo da poterle aiutare, i membri della comunità chiedono di essere pagati per il loro servizio di guida al giacimento, per gli asini che mettono a disposizione, per qualsiasi tipo di contributo da parte loro. Il commento dei membri di ARTS (parlo degli archeologi, non so gli antropologi) suona le note della delusione (talvolta risentita): "Non sentono il progetto come proprio", "Noi siamo i gringos a cui far pagare tutto, non le persone che stanno lavorando fianco a fianco con loro".
Io non posso fare a meno di pensare che queste persone non sentono il progetto come loro, perché il progetto non è loro.
Non è stata loro l'idea di tenere in vita o riesumare tecniche che la naturale evoluzione delle comunità aveva lasciato cadere in disuso. E non può certo appartenere a loro la logica dell'acquirente del mercato internazionale che vuole una pentola da appendere in casa per poter dire agli amici: "Gli indios le fanno così".
La triste verità, al di là della buonissima fede dei membri del progetto, è che il buon vecchio Lenin difficilmente avrebbe trovato qualcosa di più chiaro del progetto ARTS per esemplificare il concetto di politica imperialista. Nelle brochures sta scritto nero su bianco che il fine ultimo è l'incorporamento di questo circuito artigianale al mercato europeo. Ovviamente, non può che essere questa la ragione del finanziamento ministeriale.
Mentre giro per le alture qui attorno a battere con il gps i punti dei percorsi che dai pueblos portano ai giacimenti di argille e digrassanti, mi piacerebbe pensare a me come all'Ingegnere del Cavaliere Insonne, che rileva i cippi di confine che attestano il diritto delle comunità sulle proprie terre. Purtroppo, la realtà oggettiva mi avvicina molto di più agli operai che scendono dal treno a Rancas per costruire il recinto.
Quanto all'essere ancora considerati alla stregua di qualsiasi altro gringo anche dopo anni di frequentazione di questa gente e di questi luoghi, mi limito a rilevare che quando antropologi e archeologi del progetto ARTS parlano alle donne delle comunità riunite in assemblea (proprio stamattina ho assistito alla cosa), hanno bisogno di una traduttrice. Perché a Yacya e ad Acopalca tutti parlano Quechua, molti lo Spagnolo lo parlano a fatica, qualcuno nemmeno lo capisce. Ma in tutto il progetto ARTS nessuno degli Italiani capisce una sola frase in Quechua. Ovviamente non se ne può fare una colpa a nessuno: imparare il Quechua non è certo una passeggiata. Ma che testimonianza più concreta di questa si può pretendere per capire che l'essere ancora comunissimi gringos dopo dieci anni non è l'attribuzione forzata di un ruolo ma la semplice realtà dei fatti?
Bene, la chiudo qui: si son fatte le 23,37 e ho un discreto sonno. Avrei dovuto raccontare gli episodi di questi ultimi giorni, ma lo farò nei prossimi post.

Sono andata a vedere le

Sono andata a vedere le foto. Che bella quella della processione! Quella donna che cammina e fila la lana è unica ti porta in un mondo diverso! Che vista nella foto sulla vallata! Vengono le vertigini. Cosa è il shashal? Ho capito dalla foto che è di colore nero.

Se leggi anche i commenti

Se leggi anche i commenti alle foto c'è scritto che cosa è il shashal

Amauta

letture

leggerti è sempre bellissimo

E' proprio così siamo nel

E' proprio così siamo nel pieno di una economia e di una cultura imperialista. Sulla cima delle Ande o nella piana del Campidano questa è la realtà, per ora. Perchè ci sia un ingeniere che ricerca i confini delle proprietà occorre ci sia coscienza di ciò che è proprio diritto. Partecipo a questa amarezza. La si vive mutata mutandis in tutto il mondo. Ma tornando a cose più allegre: bello rileggere i resoconti. Fra poco li sentiremo in diretta. Ho letto oggi sul corriere un grande articolo di Ettore Mo su una città del Perù inquinatissima per le emissioni della trasformazione dei minerali della vicina miniera; non ricordo il nome della città ma la miniera, venduta poi allo stato peruviano, era della Pasco company. Se possibile il tutto è peggiorato.Aggiungo perchè lo penso ed anche lo spero: per ora.

Ciao Emiliano, non hai visto

Ciao Emiliano, non hai visto la tv? Al lidl hanno portato il corso multimediale di quechua. Se vuoi te lo compriamo per quando torni ;)

Temo non sia tanto semplice.

Temo non sia tanto semplice. Il Quechua ha decine di varianti. Quella usata nei corsi in commercio è di solito la variante di Cusco. E la gente di Huari mi ha detto che, ad esempio, loro del Quechua cusqueño capiscono una parola su 10.
Era questo che intendevo quando ho scritto che imparare il Quechua non è una passeggiata... ;-)

l'ironia del quechua

Amauta andarinu, il corso di Quechua in vendita al LIDL? ma tu gli credi a quei due?

E perché no? Tutto è

E perché no? Tutto è possibile... ormai un corso di quechua me lo aspetto anche nell'uovo di pasqua :-)

Amauta