Ñawpamarca

Siamo tornati a Huari questo pomeriggio, dopo otto giorni al campo anzi che i dieci previsti. Nonostante questa riduzione dei tempi, tutti gli obiettivi della missione di quest'anno sono stati raggiunti: parola della Castellana. Quello che segue è il resoconto fedele di questi otto giorni.

L'ascesa

Partiamo la mattina dell'8, abbastanza presto, ma con una serie di inevitabili ritardi che impediscono al presto di essere alba. La Concittadina è riuscita a contrattare una combi per un prezzo stracciato. Così funzionano le sue doti mercantesche: è andata dal guidatore di una combi facendosi fare un prezzo. Poi ne ha cercato un altro, che gli ha fatto un prezzo più basso. A quel punto, è tornata dal primo guidatore, facendogli notare che la concorrenza lo fregava, e lui ha dovuto abbassare ulteriormente. E così via.
Per chi non lo sapesse, una combi è una specie di furgone che normalmente si carica i passeggeri lungo un percorso fisso, come una specie di pullman urbano di linea. Noi, invece, abbiamo noleggiato la combi tutta per noi, per un percorso che di solito non fa. Per questo il prezzo era alto ed è stato necessario contrattare.
La combi ci porta fino al pueblo di Huamantanga, dove ci attendono gli arrieros che ci dovranno portare i bagagli al campo. Gli arrieros sono quattro o cinque, e i nostri bagagli, tra tende, cibo, acqua, pentole, attrezzatura da lavoro, tavolini pieghevoli, bombola del gas, cucina a gas, zaini ecc., sono talmente numerosi e pesanti che bisogna caricare tutto su undici tra cavalli ed asini. E così, tra fiato che manca sempre più ad ogni passo e arrieros che ammansiscono le bestie
in quechua, si sale verso la loma di Ñawpamarca: 4300 metri di altitudine. Lungo il cammino, le nuvole sulle nostre teste si fanno grigie e fitte.
L'ascesa sembra non finire mai, i cavalli non sopportano il carico, scalciano, disarcionano più volte i bagagli, deviano dal percorso. Anche gli asini fanno le bizze, seppure molto meno. Gli arrieros sono meno della metà delle bestie, il che impedisce loro di avere il pieno controllo della situazione, e chiedono il nostro aiuto. Così facciamo gli arrieros aggiunti, con questa fondamentale differenza: nessuno di noi è cresciuto in altura. Ogni volta che dobbiamo correre dietro alle intemperanze di un asino o di un cavallo, ci lasciamo mezzo polmone. Io mi salvo, perché mi sono fatto da poco due giorni a Cusco e due a Puno, che è appena 500 metri più in basso di Ñawpamarca. La Concittadina è a Huari (700 metri sotto) da un mese. Ma tutti gli altri stanno arrivando dritti dritti dalla garúa di Lima, spiaccicata sul livello del mare. Risultato: la Dolce, la Castellana e l'Internazionale, hanno a turno attacchi di soroche. Non hanno invece problemi il Francese, la Timida e il Silente. Quest'ultimo, col tempo, si rivela sempre meno silente e sempre più Mutzigasurda (non si traduce per i non sardi... lo siento mucho), ragion per cui sarà d'ora in avanti questo il suo apellativo.
Io sono il primo a raggiungere la loma, ma mi fermo perché, ovviamente, non so riconoscere il sito. La seconda ad arrivare è l'Internazionale (a cui lo sforzo costerà due giorni di soroche supplementare), ma anche lei è tutt'altro che sicura, perché l'anno scorso il gruppo aveva raggiunto Ñawpamarca da un'altra direzione. Via via che giungono gli altri, tutti si raccapezzano e si sceglie il luogo in cui montare il campo: abbiamo impiegato più di tre ore a salire, e non ci restano più di due ore di luce. Scarichiamo le bestie, salutiamo gli arrieros e montiamo il campo. Quando finiamo, ha appena fatto buio, ma alla nostra stanchezza sembra notte alta. Ceniamo a pane, formaggio e salame e ci rintaniamo nelle tende.

Il campo

Il nostro campo è battuto da venti gelidi. La pioggia e la grandine, nei primi giorni, sono quasi costanti. Più volte la Castellana ci confessa che sta pensando di interrompere la missione e rinviare tutto all'anno prossimo. Dal tramonto del sole fino almeno alle sette del mattino l'erba gela, le ossa si ghiacciano e non si smette di tremare. Una mattina ci alziamo e scopriamo le nostre tende screziate di neve. Nelle tende, a farci da cuscino e da materasso ci sono le pietre, e ogni minima porzione di pelle che sfugge ala copertura del sacco a pelo, è come fulminata. L'esterno del sacco a pelo stesso, dentro la tenda, si bagna per l'umidità. Dentro il sacco a pelo, io dormo con calze, calzamaglia, maglietta, paille e berretto di lana.
Ogni mattina ci si sveglia verso le 6,30-7,00. Si fa colazione e si sale allo scavo. Una persona resta al campo: lava i piatti della cena, prepara i panini per gli altri che salgono allo scavo, attacca i pannelli solari per ricaricare le batterie delle macchine fotografiche e delle lampadine, eccetera. All'ora di pranzo, sale a portare i panini. Quando riscende, una seconda persona la affianca per gestire il campo nella seconda parte della giornata, che è la più faticosa perché c'è da preparare la cena per tutti... il che, a 4300 mt in una tenda non è esattamente come a casa. Verso le 17,00 scendono tutti dallo scavo e nel giro di un'ora al massimo siamo seduti a tavola. Si comincia con tisane a ripetizione per scaldare il corpo, in attesa che sia pronta la cena. Normalmente, entro le 19,00-19-30 la cena è finita. I primi crollano verso le 20,00, ma abbiamo avuto casi di qualcuno che è riuscito ad andare a dormire addirittura alle 22,00. Comunque, è accaduto di rado.

Lo scavo

Il sito di Ñawpamarca appartiene alla fase cronologica preincaica chiamata Intermedio Tardivo.
La parte in cui abbiamo lavorato noi si articola su tre livelli dalle pendici alla cima di una piccola "altura nella altura". Il mio compito era quello di verificare la correttezza del rilievo di questi tre livelli, aggiungendo alla carta le nuove strutture che nel frattempo sono emerse.
Per niente facile.
Se mi trovo davanti un nuraghe, prima ancora che io me ne renda conto, il mio occhio sta andando alla ricerca del numero dei lobi del bastione, di scale d'andito o di camera, di un pozzo all'interno del cortile, di una eventuale cinta antemurale, di strutture di epoca tarda che si addossino alle cortine murarie o le taglino... a Ñawpamarca vedevo solo pietre, e mi sembravano tutte uguali. Dovevo veramente faticare per capire che forme disegnassero i muri che vedevo, o meglio, che intravedevo, in mezzo al fittissimo ichu (non ricordo se si scriva così), una sorta di giunco andino.
A questo si aggiunge il fatto che il più anziano dei due topografi non era per niente contento che si revisionasse il rilievo da lui eseguito l'anno precedente. E naturalmente il bersaglio dei suoi umori ero io, perché ero quello che lavorava a diretto contatto con lui.
Un'altra parte del lavoro di cui mi sono occupato riguardava i rilievi fotogrammetrici delle pareti di alcuni vani del sito. Abbiamo dovuto utilizzare una tecnica d'emergenza, perché la disponibilità dei topografi (e quindi della stazione totale) è stata limitatissima. In pratica avremo dei raddrizzamenti relativi, autoriferiti, senza coordinate assolute.
In alcuni momenti del lavoro, ho anche scavato. Ho provato una certa emozione ad impugnare di nuovo la trowel dopo un anno passato avendo come strumento di lavoro il computer. C'è poco da fare: il gis e la fotogrammetria saranno anche utili, ma gli strati archeologici toccati con mano sono tutta un'altra cosa.

Gente che va, gente che viene

Dopo cinque giorni, la Concittadina ci lascia. L'abbiamo ritrovata oggi a Huari, che lavava i cocci per la sua tesi. Anche i topografi se ne sono andati insieme a lei. Il giorno prima che questo accadesse, però, abbiamo ricevuto una visita, sicché per una notte ed un giorno al campo siamo stati in 12.
L'ospite era una vecchia conoscenza del gruppo (ovviamente non mia). Un archeologo inglese che ha un curriculum di scavo a dir poco esteso, se non altro geograficamente: America Latina, Inghilterra, Oceania...
Parla di un suo lavoro con l'Università di Manchester, dice ridendo che scavare siti romani in Inghilterra significa davvero rendersi conto che l'Inghilterra era il buco del culo dell'impero, ironizza sui suoi colleghi inglesi per i quali un muro romano con tracce di bicromia è un ritrovamento sensazionale (lui frequenta molto l'Italia, anche professionalmente... quindi naturalmente ha presenti come minimo gli affreschi di Pompei). Insomma, sembra proprio che il suo ambiente di lavoro sia inglese. Anche il suo nome e il suo cognome lo sono. Eppure ha uno spagnolo perfetto: di gran lunga il migliore del gruppo, insieme a quello dei peruviani e dell'internazionale (che, di base, è argentina). Una pronuncia da madrelingua, un vocabolario sterminato, la velocità nella parlata di chi con quella parlata è cresciuto. Sono perplesso: non dico che mi fossi aspettato un anglosassone impacciato con le lingue romanze, ma insomma... questo qui sembra davvero nato con il castigliano nelle orecchie. Lì per lì, evito di chiedere e mi lancio nelle mie elucubrazioni: forse è inglese di nascita, ma in Inghilterra non ha mai vissuto. Non faccio nemmeno in tempo a formulare questa ipotesi che lui, non ricordo perché, passa dallo spagnolo all'inglese: praticamente Laurence Olivier. Da non credere, l'inglese che ti immagineresti in bocca a un professore di letteratura di Oxford. E anche qui, la sicurezza di chi sta parlando la propria lingua. Sono sempre più confuso.
Poi, una frase volante fra lui e la Castellana mi svela l'enigma: il nostro amico è di Gibilterra, tanto inglese quanto spagnolo.
Seguo attentamente una conversazione tra lui, il Francese e la Dolce. I due ragazzi hanno scavato a Caral, ed è proprio di Caral che parlano con l'uomo di Gibilterra. Vengo così a sapere che alcuni archeologi peruviani, sull'antichità di quel sito ci stanno un po' marciando. Da quando sono saltate fuori datazioni molto antiche al C14, pare che si stia cercando di riportare a Caral l'origine di qualsiasi cosa esista in Perú. L'amico inglese a un certo punto scherza: "Sono sicuro che prima o poi a Caral troveranno anche la prima combi".
Il penultimo giorno, vengono a trovarci anche i Novelli Sposi. Lei, la Novella Sposa, è la persona che mi dirigerà nell'ultima parte del mio lavoro qui, il lavoro di prospezione. Ma prima, ci aspettano alcuni giorni di relax: domani mattina si va a visitare Chavín de Huantar... un momento che aspetto da quella mattina di un anno fa in cui, alzandomi all'Hostal La Posada del Rio di Huaraz, mi accorsi di avere perso i miei soldi.

Che emozione! Amauta è

Che emozione! Amauta è tornato! Ho letto tutto d'un fiato il resoconto della vita al campo. Nei giorni scorsi quando dicevo a qualcuno che Amauta doveva sentire tanto freddo mi prendevano in giro. Mi davano complicate spiegazioni di latitudine che è vicina all'equatore etc. Io non ero convinta. Pensavo: ma è inverno, sono a 4300 mt sul livello del mare e dormono in tenda!
Quasi quasi vedevo le scene raccontate: cavalli e asini e arririero o pseudo-arrieros compresi! Ora stamperò i resoconti e li leggerò più e più volte. Bentornato! A presto.