Il mezzo non giustifica il fine

Preferisco rispondere direttamente con questo nuovo post ai due commenti lasciati al mio post precedente. I due commenti sono molto diversi fra loro ma la risposta li comprende entrambi e forse li prende a pretesto per parlare in parte d'altro.

Non sto scrivendo sul blog perché non sto avendo niente da dire. Questa è la risposta a Medea. So che un blog nasce anche per mettere nero su bianco e rendere pubblici i propri umori del momento, ma ho avvisato sin dal mio primo post che a me quel tipo di blog non interessa (né come autore né come lettore... mi si perdoni la franchezza). Andarinu è un sito sul viaggiare e ultimamente ho in corso viaggi che non sono condivisibili lungo il tragitto ma solo li potrò raccontare al mio ritorno. Anche i viaggi altrui in cui mi sto imbattendo stuzzicano poco la mia voglia di raccontarli: è un periodo in cui le cose faticano a sorprendermi, tutto mi sembra un po' già visto.

E' il caso di Beppe Grillo, dei suoi seguaci ingenuamente indignati e dei suoi denigratori demagogicamente preoccupati. E questa è in parte la "risposta" al complimento di Ivo sul post relativo a Monti Prama. Direte: che c'entra Beppe Grillo? Soprattutto: che c'entra con Monti Prama?
C'entra, c'entra...
Naturalmente mi guardo bene dal commentare le sue iniziative: se ne parli bene passi per grilliano; se ne parli male, per antigrilliano. Mi pare si sia capito che non sono né l'uno né l'altro.
Ma c'è una cosa che Grillo ha detto e che mi ha fatto saltare sulla sedia mentre la sentivo: che in rete i falsi durano ventiquattrore. Mi sembra una delle più enormi cazzate che abbia sentito in vita mia. Se c'è un luogo in cui vedo prosperare i fantocci è internet, ed è anche per la paura di essere confuso con loro che scrivo solo quando ho qualcosa da dire.
Nel post su Monti Prama ho scritto perché avevo qualcosa da dire. Ed ho ricevuto un commento da uno dei campioni della fantocceria di provincia. La risonanza che sta avendo gente simile nel mondo della rete corre uguale e parallela a quella che riscuote nei media tradizionali, da Grillo visti come il Vecchio che verrà seppellito dal Nuovo rappresentato dai blog.
Non credo si sia dato mai nella storia che i mezzi abbiano fatto rivoluzioni al posto dei fini. E internet è un mezzo. Ognuno lo usa nei modi e per i fini che crede, ma dimenticarsi che è un mezzo significa scordare, nel rapporto persona-strumento, chi usa e chi è usato.
Anche l'archeologia è un mezzo (e qui torno alla "risposta"). Oggi in Sardegna si sta utilizzando questo mezzo per quello che la buonanima (santissima anima!) di Bertolt Brecht chiamava "lo spaccio internazionale di stupefacenti": non per svelare la realtà, ma per celebrare il mistero. E siccome il mistero è uno stupefacente redditizio, passin passino anche molti archeologi fiutano l'affare. C'è chi vi si getta nella parte di difensore dell'ortodossia, chi nel ruolo di possibilista verso i misteriofili.
Tutto falso, come i fantocci telematici.
L'ortodossia archeologica non esiste e non è mai esistita. Chiunque abbia avuto a che fare con questo ambiente sa perfettamente che mai due archeologi l'hanno pensata allo stesso modo su qualcosa di più che un dettaglio. Anzi, è frequente il caso dell'archeologo che non è d'accordo nemmeno con se stesso (e, a scanso di equivoci, si badi che per me questo è più spesso un pregio che un difetto). Men che meno è autentica la misteriofilia degli addetti ai lavori, che infatti è porofessata da un archeologo soltanto su argomenti dei quali non si occupa direttamente (come dire: io faccio scienza, ma non mi turba che altri facciano fantascienza).
Nell'ultimo numero (o forse è già il penultimo?) di una rivista archeologica è stata pubblicata la lettera di uno studioso impegnato a smentire le balle di Sergio Frau. Si sforzava di portare all'attenzione di un importante mezzo di divulgazione il punto di vista di chi dice e scrive cose attendibili ma non telegeniche. La risposta è stata, più o meno: la ragione scientifica sta dalla vostra parte, ma quella mediatica dalla parte dei vostri avversari, e noi viviamo nell'era della comunicazione di massa, quindi adeguatevi. Traduco: Frau ha (forse) il torto di non essere scientifico, ma i suoi avversari hanno (sicuramente) il torto di non accettare il confronto sul suo stesso piano.
Io credo che una simile risposta confonda due cose molto diverse fra loro: una è la necessità di apertura e di azione divulgativa da parte degli archeologi e degli studiosi in genere. L'altra è l'accettazione del fatto che la cultura sia una merce e che per darle diritto di cittadinanza a questo mondo si debba diventare capaci di venderla, anteponendo la sconfitta della concorrenza a quella dell'ignoranza.
Un archeologo che si siede a un tavolo con Sergio Frau a discutere di archeologia è come un chirurgo che discute di medicina con il mago Otelma. Viva la tolleranza! Falsa democraticità del sapere salva!
Ma alzi la mano chi poi va a farsi aprire la pancia da quel chirurgo.
L'atto democratico della divulgazione consiste nel non perdere mai di vista che quello che sai è uno strumento (e torniamo a bomba). E che il fine non è la tua conoscenza, ma quella di tutti. Non di molti, di tutti. Non di chi paga un biglietto, non di chi frequenta un corso, non di chi compra un libro. DI TUTTI.
E' un fine raggiungibile? Nessuno può saperlo, ma certamente è un atteggiamento mentale che si può assumere. E che oggi è spaventosamente fuori moda fino a molto, ma molto oltre i confini dell'archeologia.