Il viaggio da', il viaggio toglie...

E dunque sbarchiamo al porto lacustre di Puno.
Piove. Da Puno a Sillustani c'e' circa mezzora di strada, e le chullpas chiudono alle sei. Ci sono varie opzioni tra le quali scegliere per azzeccare la formula piu' rapida e nello stesso tempo piu' economica. Ma il gruppo e' in una botte di ferro: viaggiamo con una peruviana. La cosa abbatte i costi e dimezza i tempi di comprensione dell'eventuale fregatura.
Si va in taxi: 15 soles a testa andata e ritorno. In autobus non avremmo pagato meno ed avremmo rischiato di non arrivare. Non di non arrivare in tempo, di non arrivare e basta. Credo che i tour per Sillustani si paghino in dollari.
Siamo poco piu' che quattro stracci. La strada e' coperta di neve, in mezzo alla neve alpaca dal manto innevato nei recinti delle case. Una bambina salta fuori da una di queste case e lancia una palla di neve contro il mio finestrino. Costeggiamo un lago: Sillustani e' su una penisola lacustre.
Quando arriviamo sembra di stare in una scena di Highlander: il cielo e' plumbeo, siamo bombardati dai fulmini, ma la pioggia si e' calmata. Davanti a noi si alza una collinetta che guarda il lago alla nostra destra. I colori sono sfumature di rosso e marrone, con il bianco della neve che compare qua e la'. Il lago non ha colore di lago, non si distingue dal cielo. Sulla cima della collina svetta la piu' alta delle chullpas: una torre funeraria destinata a sepolture aristocratiche. E' costruita in blocchi di pietra perfettamente squadrati, alla base c'e' una prticina in tutto simile a quelle delle tombe dei Giganti. Come immani comignoli, le chullpas dei nobili popolano la collina e i suoi dintorni. Una delle porticine ha il suo portello di chiusura. E' Jung che nota (occhio di architetto) che sul portello e' incisa una piccola spirale. Moriamo di freddo.
Vicino alle chullpas c'e' lo Intiwatana, l'orologio del sole, che in realta' piu' che un orologio e' un calendario. E' una struttura circolare in pietra che venina usata per il calcolo di equinozi e solstizi. Divide il sito in due zone, quella al di la' e' la zona in cui sorgono le chullpas della gente comune, costruite con pietre non lavorate.
Si scarica la batteria della mia telecamera. Si scarica la batteria della macchina fotografica di Melisa. Yui ciondola dalla stanchezza. E' quasi completamente buio e la cosa mi ricorda visite ad altri siti al di la' dell'oceano...
Torniamo al taxi.
Durante il ritorno a Puno il tassista si mette seriamente d'impegno perche' tutti i massi della strada sterrata (nessuno escluso) sbattano violentemente contro il fondo dell'automobile. E' buio. Ogni tanto si vede un fulmine. Dove siamo non passano mezzi motorizzati. Per un attimo percepisco la presenza di una enorme mano che cerca di afferrare la nostra botte di ferro e gettarla nelle acque del lago. Ma alla fine arriviamo sani e salvi alla piazza principale di Puno: la Plaza de Armas (neanche a dirlo).
Paghiamo e ringraziamo il tassista. Il gruppo perde un pezzo alla volta. Ad ogni pezzo grandi saluti. Io sono l'ultimo pezzo. Quando salgo sulla moto-taxi (i taxi normali sono introvabili: c'e' Argentina-Peru') sono ancora convinto che l'indomani andro' a vedere Tiahuanaco, una delle tappe piu' attese del mio viaggio.
Invece il giorno dopo il mio corpo dice no. Non passero' il confine boliviano, passero' l'intera giornata in albergo, oggi anche bere acqua e' faticoso. Mi sono mosso a 3800 metri come fossi stato al livello del mare: non si puo', non per due giorni di fila dalle sei del mattino a notte. La Puerta del Sol mi aspettera'. Yui stara' partendo per la Bolivia. Melisa non la incontrera', perche' partira' verso mezzogiorno, adesso stara' visitando Puno. Ma io non ho modo di contattarla. Jung parte per Cusco, ma quando ci arrivero' io, domani, lei se ne sara' gia' andata. Il viaggio da', il viaggio toglie.